L’opera di Gilbert Garcin intitolata L’Ambitieux si rivela un’efficace metafora visiva di quella violenza sottile e silenziosa che attraversa il quotidiano. 

La fotografia di Gilbert descrive un equilibrio fragilissimo, una tensione costante dove basta un solo passo falso, una sola parola fuori posto per precipitare nel vuoto. È qui che risiede la violenza "non detta": si nasconde nello sforzo estenuante di mantenere in piedi una struttura che non ha fondamenta. È la violenza della precarietà emotiva.

L'Ambitieux di Gilbert Garcin

Nel contesto del mio progetto, queste riflessioni diventano un punto di partenza fondamentale. Pensare che non esista un male senza una traccia di bene significa interrogare la violenza non solo come evento traumatico, ma come qualcosa che si iscrive in una trama più ampia di relazioni.

Malum quidem nullum esse sine aliquo bono1.

Così nascono una serie di interrogativi: è possibile raccontare la violenza senza riprodurne le logiche? In che modo il racconto personale può trasformarsi in un’esperienza collettiva senza perdere la sua complessità? Se il male non esiste mai senza il bene, quali responsabilità comporta questa consapevolezza nel modo in cui scegliamo di rappresentarlo, di ascoltarlo e di condividerlo?

La violenza, se osservata attraverso questa lente, non appare come un gesto isolato o come un’eccezione mostruosa, ma come qualcosa che si produce sempre all’interno di relazioni, affetti, strutture sociali e narrative che contengono in sé elementi di bene.

È proprio questa prossimità inquietante tra bene e male a rendere la violenza difficile da nominare e da raccontare.

"Quando la VIOLENZA non appare più come evento ma COME CONDIZIONE, siamo ancora in grado di nominarla?"

Il frammento citato qui sopra, ripreso da Sergio Blanco e a sua volta tratto dall’opera di Sant’Agostino, apre uno spazio di riflessione che va oltre il riferimento filosofico. Nel lavoro di Blanco, questa affermazione diventa materia autofinzionale, dispositivo narrativo che mette in crisi l’idea di verità, di responsabilità e di costruzione del racconto. 

"Fino a che punto riconosciamo la violenza quando non ha più la forma dell’eccezione, ma quella della NORMALITA'?"

Come si trasforma un lavoro quando queste parole vengono riattivate dentro un’esperienza personale e artistica?

Questa frase, insieme ad altre celebri citazioni richiamate da Blanco, e il loro riemergere all’interno di un contesto performativo contemporaneo, mi hanno portata a fermarmi e a riflettere. Da qui sono nate alcune domande:

Clicca qui per vedere come queste parole prendono corpo e si trasformano nella mia esperienza.

"Quanto è ancora ATTUALE oggi questo modo di pensare IL MALE?"

Da qui sono partita.

ma allora

e quindi

Non c'è nessun male senza qualcosa di buono.

Ho deciso di scegliere alcune foto scattate da Gilbert Garcin perchè la sua arte riesce a rendere tangibile quella violenza che non si vede, ma che pure esiste e scava profondamente. Attraverso le sue composizioni surreali, Garcin ci mostra come l’abuso non sia sempre un atto eclatante, ma spesso risieda in questi meccanismi assurdi e silenziosi che logorano i rapporti e l'anima, lasciandoci sospesi in un vuoto che cerchiamo disperatamente di colmare.

La rupture di Gilbert Garcin