Se per descrivere la violenza analizzata da Blanco mi sono affidata all'estetica silenziosa e concettuale di Gilbert Garcin, per raccontare la violenza che ho subito io ho scelto di guardare a Martin Parr. Nonostante siano due fotografi profondamente diversi tra loro, entrambi riescono a dare forma all'invisibile. Se Garcin mette in scena il vuoto e l'isolamento dell'anima, Parr espone la brutalità cromatica e l'arroganza del consumismo, permettendomi di dare un volto a quell'abuso quotidiano, fatto di parole taglienti e pretese, che ha segnato la mia esperienza.
Il mio progetto affonda le radici in un ricordo visivo preciso, ovvero le fotografie di Martin Parr. Ciò che mi ha sempre colpito del suo lavoro non è solo l’uso saturo del colore, ma la profonda violenza insita in ciò che rappresenta.
È la violenza della quotidianità che Parr mette a nudo senza filtri.
In quelle immagini, la ricerca del piacere materiale e l’ossessione per l’acquisto rivelano una realtà inquietante, il desiderio di possedere "sempre di più" si trasforma inevitabilmente in un atteggiamento di prepotenza verso l'altro. Questa dinamica genera una forma di violenza che si insinua nei gesti comuni e, soprattutto, nel linguaggio. Diventiamo sempre più arroganti, sempre più aggressivi nel modo di esprimerci e di relazionarci, schiavi di un sistema che ci spinge a prevaricare pur di soddisfare i nostri bisogni superficiali.
È una violenza che, all'apparenza, si nota poco. Si nasconde dietro i colori vivaci di un supermercato o dietro la banalità di un comportamento di massa, ma una volta messa a fuoco, costringe a una riflessione profonda e amara.
È una violenza lenta, quotidiana, che si deposita nelle vite delle persone, rendendo accettabile ciò che in realtà è profondamente ingiusto. Non c’è dramma evidente e proprio questa assenza diventa inquietante. La sofferenza è integrata nel paesaggio, come se fosse naturale.
Partendo da questo sguardo critico sulla società dei consumi, il mio obiettivo è esplorare proprio questo tipo di abuso, quello che logora i rapporti e la nostra umanità attraverso un linguaggio e un'attitudine sempre più violenti.
Quanta violenza subiamo ogni giorno, spesso senza rendercene conto? Una violenza che non si manifesta sempre in forme evidenti o estreme, ma che si infiltra nei linguaggi, nei rapporti quotidiani, nei giudizi, nei silenzi.
In questa fotografia, tra i colori saturi e la confusione di una giornata qualunque, emergono quegli occhi che fissano direttamente lo spettatore. È uno sguardo che parla senza bisogno di parole, esprime una tristezza profonda, un senso di rassegnazione e, al contempo, il peso di una violenza invisibile. Non è la violenza di un gesto eclatante, ma quella che si trova nel modo in cui veniamo guardati o giudicati, in quella spavalderia consumistica che Parr documenta così bene e che finisce per annullare l'altro.
La volontà di affrontare un tema così complesso come la violenza verbale e degli sguardi, quella che si consuma nel silenzio del quotidiano, è nata, in parte, dall'incontro visivo con una figura specifica: la donna fotografata da Martin Parr nella serie The Last Resort.
Quegli occhi sono diventati per me il simbolo di un abuso che non lascia segni evidenti, ma che si manifesta nell'arroganza del linguaggio e nella freddezza delle relazioni. Partendo da questa fissità malinconica, ho voluto indagare come la nostra quotidianità sia spesso intrisa di una brutalità silenziosa, fatta di pretese e di sguardi che feriscono più di quanto ci accorgiamo.






