Il testo è concepito per essere letto da me ad alta voce e ascoltato dal centro della stanza.
La performance si svolge in un’aula scolastica: le sedie sono disposte in file con visione frontale verso la lim. La luce è soffusa.
Io sono seduta al centro dell’aula, mentre il pubblico mi circonda, occupando le file davanti, dietro e accanto a me.
Sulla lim viene proiettata la fotografia citata nel testo: The Last Resort.


L’esposizione si struttura come una conferenza, sul modello delle conferenze di Sergio Blanco. La lettura richiede quindi una certa compostezza verbale e gestuale, tipica di questo formato. Tuttavia, trattandosi di una conferenza autofinzionale, in alcuni momenti non è esclusa l’emersione di emozioni, che affiorano rompendo temporaneamente il rigore della forma conferenziale.


Al termine della lettura del testo, torno a sedermi, segnando così la conclusione dell’esposizione.

Qualche mese fa tornavo a casa dopo le mie ore di lavoro.
Un lavoretto estivo.
Ero stanca. Mi butto sul divano.
Mi cade l’occhio sul poster che avevo comprato un anno prima e che, ovviamente, non avevo ancora appeso.
È una fotografia appartenente alla serie The Last Resort di Martin Parr, è un Ice Cream Shop.
Il poster l'avevo comprato alla mostra a lui dedicata.
Quella foto mi aveva colpita allora, e continua a colpirmi adesso.

La foto è questa: una donna dietro il bancone di un chiosco serve gelati a dei bambini.
Gelati enormi, mostruosamente brillanti, come se qualcuno li avesse immersi nella vernice fresca.
I bambini, però, non sono contenti: hanno quella faccia da “ho ciò che voglio, ma mi annoio comunque”.
Il desiderio si spegne.
Rimane solo il gesto meccanico dell’avere.
Il consumismo spiegato meglio che in qualunque manuale.

 

Guardando quella foto mi torna addosso il rumore delle mie giornate.
Lavoravo in uno di quei posti dove l’estate è preconfezionata, la sabbia è finta e il sorriso è parte del servizio.

La mia piccola versione del turismo di Parr:
stesso caldo che appiccica,
stessa promessa di felicità,
stesse persone che arrivano avendo già tutto — prenotazione, ingresso, sole garantito — eppure chiedono sempre qualcosa in più.

“Ti hanno assunta perché così paghiamo l’ingresso volentieri.”
“Perché il costume intero? Dai, copre troppo.”
“Continua a sistemare il campo… è una goduria.”

“Ehi bambola mi puoi prenotare il campo per domani?”

 

Lo chiamano scherzare.
La chiamano leggerezza.

 

Ritorno con lo sguardo sul poster.
I mei occhi rimangono fissi a guardare quella donna e mi accorgo che non è solo un dettaglio della scena ma è l’asse su cui la scena si regge.
La figura immobile attorno a cui ruota tutta la fame degli altri.

Quella foto non parla di gelati.
Parla di desiderio.
Di quella fame infantile che non si sazia mai: più hanno, più vogliono. Più ricevono, più pretendono.
E quando l’oggetto del desiderio si esaurisce… passano al corpo che lo serve.

Certe parole fanno male perché ti assegnano un posto.
Un ruolo fisso. Ti trasformano in un gelato fluorescente
tra le mani di un bambino annoiato,
che lo esibisce e lo consuma con gli occhi
fino a farlo sciogliere per terra.
Consumabile.
Sostituibile.
Decorativo.

Ecco il grottesco del quotidiano:
la violenza arriva come routine,

una violenza che si traveste da normalità,

si nasconde in una risata.

si infiltra in un’occhiata.
si camuffa in un "è solo una battuta".

E la battuta si affila.
E la battuta diventa coltello.

The Last Resort di Martin Parr